Re-GrandMa, fa rivivere lo stile delle nostre nonne.

Negli anni 40’ e 50’, gli anni del dopoguerra, non c’erano grandi possibilità e allora, giravamo le stoffe dei vecchi vestiti per farne di nuovi.
Spesso i tessuti erano di ottima qualità, il lato interno dei vestiti protetto anche dalla fodera, risultava come nuovo.
Per noi giovanissime sarte non era un semplice esercizio per imparare a cucire ma un modo ingegnoso per vestirci bene in un epoca di ristrettezze economiche ma anche di rinascita

Questo racconto della mia nonna mi ha spinto ed ispirato a partecipare al challenge The Circularity Master Class for Fashion Design Students organizzato da Graduate Fashion Foundation  e da Zalando

Il contest mirava a stimolare la nostra creatività rispetto alla moda circolare.
La circolarità è un tema che ormai permea tutti i settori ma in quello della moda assume un’importanza grandissima e strategica considerando come il fashion contribuisca purtroppo in negativo allo spreco di risorse e quindi alla produzione di scarti e rifiuti così dannosi per il pianeta.

Al concorso ho presentato un progetto concettuale, un piccolo seme, che condivido qui sul mio blog e poi chissà che non possa mai germogliare!

L'idea che ho presentato si chiama Re-GrandMa o Ri-Nonna (forse più bello, che ne dite?)
Si tratta di un progetto per ispirare e sostenere un movimento culturale che celebra il legame tra generazioni attraverso il tema del riutilizzo, del rinnovamento e quindi del rispetto per l’ambiente.

Ho pensato ad un approccio che promuove la cultura della sostenibilità senza sminuire gli aspetti legati alla qualità del capo e dello stile anzi, restituendogli il valore che merita.


A questo aspetto si aggiunge in modo importante, la tracciabilità del capo che oltre a quella dei materiali si declina anche attraverso la storia del vestito stesso generando una virtuosa connessione tra le generazioni, quella che potrebbe definirsi tracciabilità affettiva.

L’essenza del progetto è raccogliere antichi abiti delle nonne per “girarli” sfruttando la parte del tessuto interna che in tessuti monofibra come quelli antichi, risultano protetti e quindi spesso in ottimo stato.



Ho immaginato una produzione diffusa geograficamente che rigeneri non solo i tessuti ma anche le capacità artigianali di sarte e sarti sul territorio che diventano a loro volta, restauratori e custodi di saperi che rischiano di estinguersi.

Perchè la moda lineare non ha prodotto soltanto danni enormi sull’ambiente ma ha anche messo a rischio la sopravvivenza delle capacità sartoriali.

Il modello produttivo passerebbe dalla raccolta e selezione degli abiti con eventi di raccolta comunitari in cui le nonne portano i loro vestiti usati raccontando le storie legate agli abiti stessi.

La valutazione dei tessuti e del design, l’ispezione dei materiali per capire quali possono essere rigenerati e quali riciclati in altro modo coinvolgendo designer che creino nuovi modelli enfatizzando l’upcycling

Andrebbero poi individuati dei laboratori sartoriali sul territorio selezionando candidati per progetti di formazione di Restauro Tessile

Un’aspetto bellissimo sarebbe poi la documentazione a corredo del capo che contenga la sua storia, la provenienza, gli aneddoti che si legano allo stesso abito.

Non esiste la perfezione quando si tratta di progettazione circolare.
Mentre possiamo lottare per questo, è più importante iniziare da dove sei e contribuire dove puoi.
È una combinazione di tutti noi che apportiamo piccoli cambiamenti che alla fine ha un grande impatto.

Lo scrive Shobha Philips fondatrice di Proclaim ed io ne sono fermamente convinta.

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